lei lo ama. ha deciso.

poco importa se lui non lo sa, non lo vuole sapere, non ricambia.

e’ già successo. Ha dato tutto il suo amore a chi lo ha gettato al vento. Ma per lo meno questa volta farà meno male.

amore incondizionato. energia liberata. consapevolmente.

 

- mais tu ne vois pas?

 

oh yes, he does

 

- mais, alors, tu n’en dis riens?

 

no, there’s no point. He doesn’t really care. Can’t pretend.

 

-oh bon…c’est que je suis sure ça aurait été quelque chose magique…

 

Well, too bad…

 

- adieu alors. Mais on et d’accord, moi je t’aime quand même

 

As you like darling, he’s gone anyway.

Il giorno stava appena iniziando ad Århus ma lui, abbandonato sulla panchina, non sognava che il letto. Il bus arrivò, puntuale come sempre, a rendere concreto il riposo. Otto ore passate a caricare un bancale con biscotti, carta assorbente, pacchi di riso, di pennarelli, di cibi sconosciuti; otto ore tra macchine rumorose, tra altri uomini e altre donne e i loro silenzi. Sul sedile immacolato del servizio pubblico danese lottava per non cedere alla stanchezza, o sarebbe di nuovo finito dalla parte opposta della città, tra boschi, prati e l’infinita sponda brulla del mare, un regno verde e blu che stremato dall’indecisione opta per il grigio. Al di là del finestrino sfilava l’orgoglio di una nazione, così come credeva fosse possibile soltanto nelle parate dei film americani. Al posto di majorette, banda e carri a stelle e strisce ogni mattina tollerava famiglie dai genitori giovani e sorridenti dai capelli lisci e luminosi; padri che spingevano carrozzine eleganti; madri in tailleur sobrio che parlavano a due cellulari di business; case eco friendly dal design minimal e funzionale; gruppi di sportivi che si godevano le ore di tempo libero invidiate da tutto il resto del mondo. Ma finalmente la voce metallica interrompeva la sua ipnosi con un brusco “Gellerupparken”: ora bastava attraversare i prati curati e qualche fortificazione di siepi per iniziare a scorgere il profilo dei palazzoni, le celle tutte uguali delle case popolari in cui vivevano famiglie dai capelli crespi, e la sua porta di compensato che riconosceva grazie al numero 58 appeso sopra.

Un viaggio indimenticabile, esistenziale, formativo, divertente, emozionante. Uno di quelli che ti porti a casa avventure, emozioni,tante albe e tanti tramonti, storie di persone, i loro sorrisi, il loro sapore. Come quello dell’oceano. I loro colori, come quelli del deserto, che cambia ogni istante, come cambia la luce, ed riesce comunque a toglierti il fiato. Un viaggio raro, di quelli che vale una vita.

E torno a casa, ancora in trance per i tam tam suonati nel deserto; per la sensazione di volare sulla neve, che poi era sabbia, ma di notte sotto la luna piena brilla allo stesso modo; per i discorsi incomprensibili eppure cosi naturali con i nomadi…e tutto cio che trovo nella mia macchina fotografica sono banali cartoline. Foto vuote. Foto che raccontano un viaggio che non e’ il mio. We’ll have to work on it.

Pace. Pace come un telo bianco e soffice e umido, posato su questo animo consunto per dargli conforto.

Pace. Pace come una brezza leggera che fa vibrare le fronde e cancella quegli occhi blu. Lo sguardo freddo. Il rimprovero.

Pace. Pace come un sorso di spremuta di melograno sotto il sole dell’est. Dolce e pungente e fresco balsamo che avvolge il cuore e cancella.

Pace per l’amore immaginario caduto sulla realtà. Pace per un futuro che non arriverà mai. E per un presente che non passa. Pace per la vita che scorre mentre inseguo quella altrui. Pace per me, che credo nella guerra, nel disordine, nel coraggio.

-Lebnen?

-No, Italiana!

-Btitkallami Arabi?

-Eh…no…

Sorriso.

- Italian (pollice alzato e sorriso), English (più o meno e smorfia). Welcome to Cairo!

 

Così solitamente vanno le mie conversazioni con i taxisti e con la popolazione locale quando Helena, mia amica guida e mentore, non é presente e pronta a carpire discorsi e commenti. Ma fortunatamente questo accade raramente e allora continuiamo a chiedere, ad ascoltare, a farci raccontare questa rivoluzione che ha scosso il mondo arabo e ancora di più l’avanzato ma pigro mondo occidentale.

 

Oggi, venerdì 29 Luglio 2011,  salafiti,  fratelli mussulmani e Al-Jamaa Al-Islamiya hanno organizzato un incontro in Midan Tahrir prevedendo 10 milioni di persone. Un numero esorbitante, che però non sorprenderebbe data la loro capacità  di raggiungere capillarmente la popolazione in tutto il paese e prelevarla con pulmini bianchi su cui si legge “Egypt is Islamic”.  Dopo anni di organizzazione e di presenza in tutto il paese grazie alla fornitura di servizi altrimenti impensabili per larghi strati della popolazione la manifestazione di oggi serve anche per raccogliere i frutti di tanto seminato.

 

Helena ed io attraversiamo la piazza pervase da uno strano senso di eccitazione e paura. Sono mentalmente e culturalmente pronta, credo, indosso un gonnellone nero e lungo e due strati di magliette nere, ma i capelli sono scoperti, rispettosa senza mentire. Il sole é cocente e rende tutto inverosimile e lontano, ma anche impetuoso ed imminente. Le urla ed i canti degli uomini di Maometto, con le lunghe barbe e i camicioni bianchi. I gruppetti (rari) di donne che sventolano bandiere dell’Egitto ed indossano cappellini nazionalisti sopra il lunghi ed imperscrutabili burka neri. Helena é inquieta, questa non é la rivoluzione che voleva vedere, e mi trascina stringendomi per un polso tra i rappresentanti dell’Egitto islamico.

Due donne cristiane attraversano un fiume di fedeli che protestano nella più lucida convinzione che solo l’Islam possa essere la soluzione per un Egitto meno corrotto. L’adrenalina é tanta, ma piano piano, attraversando il Nilo e dirigendoci verso la tranquilla zona di Zamalek la razionalità riprende le redini della situazione.

La manifestazione di oggi é importante per il neonato senso democratico del nuovo Egitto. I Fratelli Mussulmani, come molti altri gruppi, sono stati in prima linea nella Midan a gennaio. In un caffè incontriamo Hani, cristiano, rivoluzionario. Oggi non é andato in piazza ma ci assicura che non abbiamo  corso pericoli reali. Nessuno ora vuole la violenza, meno che mai i timorati di Dio. Certo ha paura che la coalizione mussulmana possa prendere numerosi voti alle elezioni, ma é convinto che lasciare loro spazio e libertà sia il solo modo per annientare l’estremismo. Sorseggiamo dunque un caffè e aspettiamo la sera, quando piazza Tahrir torna ad essere un simbolo di libertà e futuro, per tutti.

A metà strada tra una festa di paese e il centro del mondo gruppi eterogenei si scambiano idee, mangiano gran turco, bevono te. A lato della piazza Omar monta il suo cineforum. Un piccolo schermo bianco, quattro grandi teli di plastica ed un proiettore. A lato un vecchio vende tazze di te zuccherato e acqua fresca. Tutte le sere qui si proietta materiale girato durante i primi mesi della rivoluzione. Oggi si parla di come l’esercito abbia soppresso la rivolta, di come poi i soldati si siano uniti ai giovani della piazza, e dei 17000 ragazzi torturati e tutt’ora in carcere. Chiediamo ad Omar come si faccia pubblicità, ma scuote le spalle. Non appena inizia la proiezione, infatti, i teli si fanno pieni di curiosi ed un nutrito crocchio di persone si accalca in piedi. Molti filmano con i cellulari le scene mostrate, nonostante non ce ne sia bisogno poiché il progetto Cinema Tahrir prevede la distribuzione del materiale a chiunque lo richieda. Di tanto in tanto si applaude, si critica, si interrompe la proiezione per raccontare la propria versione dei fatti. La discussione spesso si fa accesa, ma come divampata viene riassorbita. E la notte di Tahrir continua, proiezioni, ma anche collettivi di artisti per la rivoluzione e improbabili gruppi di discussione come immam e psicologa.

E tutte le sere si compie la magia, e il popolo si riunisce e sogna e lotta per costruire un paese migliore. Molti restano i dubbi e le difficoltà, ma se ne parla in tutti i caffè, nelle sale da te e qualunque cosa succeda non accadrà a caso, non verra lasciata cadere dall’alto tra l’indifferenza. E a questo pensiero penso alla mia patria e provo vergogna.

 

 

Finalmente in Piazza Tahrir. la piazza simbolo della primavera araba, della speranza che si possano ancora sfidare i regimi, del sogno di libertà che ci rende sopportabile la vita. Avvicinandoci alla Midan incontriamo bancarelle con bandiere dell’Egitto, cappellini, magliette con “kun ma al thawra”, il logo della rivoluzione. Innumerevoli stand di cibo e bevande. Ad un tratto transenne e griglie bloccano la folla, abbastanza esigua stasera. Due ragazzi seduti sui motorini vi appoggiano la schiena chiacchierando come davanti ad un maxischermo. Quando arriva il nostro turno due ragazzi ci fermano. Bisogna controllare borse e passaporti. Quello più anziano sembra teso, nervoso, ci affida al più giovane che gentilmente si scusa ma, dice, e’ necessario. Ci accompagna a sua volta da una ragazza, anche lei molto tesa, la faccia stanca, le occhiaie marcate.

All’interno l’atmosfera e’ strana: una via di mezzo tra una fiera per famiglie e un raduno politico. Donne e bambine cuociono pannocchie su bracieri improvvisati, alcuni ragazzi propongono fichi d’india sbucciati al momento. C’e’ un accampamento di tende dove una ragazza sta litigando con dei coetanei. I crocchi non sembrano organizzati ma ovunque ci sia qualcuno che prende la parola c’e’ anche un gruppo di persone che si ferma ad ascoltarlo.

Incontriamo un amico di Helena, appartiene alla sinistra Trotzkista. Ha lo sguardo abbattuto e sfuggente, il volto segnato, si congeda in fretta. Gli islamisti stanno  occupando la piazza liberata dagli studenti che, sognando la soluzione perfetta, faticano a riorganizzarsi. Domani si prevedono 10milioni di fedeli di Maometto in piazza, mentre le altre fazioni pare non si faranno trovare per evitare confronti violenti. La tensione pero si sente.

Decidiamo di lasciare la piazza per oggi, passando il posto di blocco vediamo la ragazza che ci ha fatto entrare. E’ in lacrime. Il suo viso giovane e sconfitto pare un cattivo presagio alla vigilia del primo Ramadhan rivoluzionario.

Sfoglio il mio giornale con fare sapiente, comoda sul sedile del treno. Sembra quasi pulito, me ne compiaccio. La sconfitta referendaria di Berlusconi, la primavera araba al profumo di gelsomini.

Poi lei sale. Potrebbe essere un’altra ragazzina punkashona di buona famiglia che tra qualche anno tornerà all’ovile. ma ha il passo troppo rapido, come se stesse per perdere il treno che giace immobile e indolente al binario. Bussa con insistenza alla porta del bagno. “Ho urgenza”, dice a voce abbastanza alta perché i passeggeri del treno per la provincia la possano sentire. Ma andiamo sul sicuro. E’ un treno che va in montagna, e la gente sa che e’ meglio farsi gli affari propri. Bussa ancora, sempre piu insistente. Ha un’urgenza.

Quando riesce ad entrare mi pare di vederla attraverso la porta automatica prendere, infine, il suo treno.

Il controllore controlla, gli innamorati scattano foto del loro amore, i pendolari sognano di essere gia a casa. io nell’indecisione  tra continuare a leggere la rivista pseudointellettuale e chiedere al capotreno di aprire la porta del bagno scelgo un vergognato e colpevole silenzio.

Quasi morbosamente fisso la porta, aspettando che il fantasma bionda dalla gamba tatuata esca. Mi distraggo forse un attimo e dopo una quindicina di minuti un rumore di porta, ed infine una sagoma nella notte. Fissa la macchinetta del caffè per lunghi minuti, barcolla, cerca il viso con le mani.

Fischia il treno e si parte, lasciando alle spalle la ragazzina e tutti gli altri zombie. Buona notte. Buona la notte  a coprire il nostro silenzio.

 

 

 

 

 

Javiera ed io sediamo una di fronte all’altra a gambe incrociare. Tra di noi un cesto di ciliegie rosse che pare parte dell’arredamento, sebbene il resto della mobilia del camper preferisca i toni del bianco. Tutto è ordinato e tenue, in contrasto con il vortice di colori, persone ed animali dell’accampamento.

Sono qui per farmi spiegare la breve ma avvincente storia dei Coliflor e per capire come si è sviluppato Salir, spettacolo che ha fatto loro vincere il premio come “Miglior Compagnia dal mondo” al festival Humor Atzoka, nei Paesi Baschi.  Un titolo importante. Ma non sembra questo il focus per lei, la ragazza bacinella, così come per i suoi compagni di avventura.

Una ciliegia tira l’altra, che snocciola il discorso. “Salir è nato dallo sforzo molto intimo e personale di ognuno dei membri del gruppo. Io ad esempio volevo usare il secchio: un oggetto che mi ricorda il lavoro della terra…la mia terra, lontana…per cui ho iniziato a lavorarci attorno, sopra, dentro. Per qualcuno poi era la prima volta in cui si creava uno spettacolo che mettesse insieme tutte le varie discipline, per cui è stato molto difficile. Sette teste e sette visioni da far incontrare in un contenitore unico, in una forma compiuta.”

Ma infine la chiave la si è trovata eccome. Sarà che il neonato gruppo (formato dall’unione della Belle Poubelle e de La Minicompagnie) ha veramente trovato una sinergia funzionale e creativa; sarà che gli inizi sono stati segnati da un periodo intenso e unico in occupazione a Barcellona, dove non si mangiavano che cavolfiori (da qui il nome!); sarà che dividere il tendone – e la vita quotidiana – con il Circo Paniko è una spinta constante a vivere intensamente il circo ed il teatro. Sarà quel che sarà, ma il risultato è un piccolo capolavoro che continua a sorprendere.

“Ad esempio io all’inizio avevo un rapporto conflittuale con la bacinella. Vi ero intrappolata, ma avevo anche paura ad abbandonarla.” Spiega Javiera ” Ora invece mi piace giocare con i tempi lenti, indugiare su piccoli movimenti, lavorare sulle espressioni”.

Piccole variazioni, costante miglioramento. Imperdibili, per cui ecco le date in Fossano:

Giovedi 9 giugno, ore 21.30. Teatro I Portici (Via Roma)

Venerdi 10 giugno, ore 21.30. Teatro I Portici (Via Roma)

Sabato 11 giugno, ore 21.30. Piazza Foro Boario, spazio Circo Paniko…ovvero si gioca in casa, nel tendone da cui tutto è partito. Segue “Uovo Tutti” e il Balkan Concert dell’orchestra Gadjo. Festeggiamenti col Collettivo fino alle 3 di notte!

Domenica 12 giugno, ore 21.00.  Piazza Foro Boario, spazio Circo Paniko

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