Il giorno stava appena iniziando ad Århus ma lui, abbandonato sulla panchina, non sognava che il letto. Il bus arrivò, puntuale come sempre, a rendere concreto il riposo. Otto ore passate a caricare un bancale con biscotti, carta assorbente, pacchi di riso, di pennarelli, di cibi sconosciuti; otto ore tra macchine rumorose, tra altri uomini e altre donne e i loro silenzi. Sul sedile immacolato del servizio pubblico danese lottava per non cedere alla stanchezza, o sarebbe di nuovo finito dalla parte opposta della città, tra boschi, prati e l’infinita sponda brulla del mare, un regno verde e blu che stremato dall’indecisione opta per il grigio. Al di là del finestrino sfilava l’orgoglio di una nazione, così come credeva fosse possibile soltanto nelle parate dei film americani. Al posto di majorette, banda e carri a stelle e strisce ogni mattina tollerava famiglie dai genitori giovani e sorridenti dai capelli lisci e luminosi; padri che spingevano carrozzine eleganti; madri in tailleur sobrio che parlavano a due cellulari di business; case eco friendly dal design minimal e funzionale; gruppi di sportivi che si godevano le ore di tempo libero invidiate da tutto il resto del mondo. Ma finalmente la voce metallica interrompeva la sua ipnosi con un brusco “Gellerupparken”: ora bastava attraversare i prati curati e qualche fortificazione di siepi per iniziare a scorgere il profilo dei palazzoni, le celle tutte uguali delle case popolari in cui vivevano famiglie dai capelli crespi, e la sua porta di compensato che riconosceva grazie al numero 58 appeso sopra.