Cinema e nuovo Iran

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Tutto iniziò a giugno, quando Hassan Rouhani vinse le elezioni e diventò il nuovo presidente dell’Iran, sostituendo il brutto e cattivo Ahmadinejad. Unica new entry moderata (ci sarebbe da scrivere un articolo su cosa significhi il termine moderato, ma per il momento potete scegliere la definizione che preferite) in un panorama popolato da Assad, armi chimiche, minacce di guerra e guerra vera e propria, negazioni dell’olocausto, occupazioni and so on, il mondo occidentale ha deciso che era meglio non farselo scappare.

Ne è seguito un accordo temporaneo tra l’Iran e i “5+1”, ovvero i paesi del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Bene, ma questa non è più una notizia, dato che è successo la notte tra il 23 e il 24 novembre a Ginevra. Incuriosisce, però, come all’improvviso l’Iran si sia aperto al mondo occidentale. La stampa di tutto il mondo sembra seriamente sorpresa. Forse qualcuno si sarà anche chiesto come mai all’improvviso il mondo occidentale si sia aperto all’Iran. Persino Netanyahu ha dovuto buttare giù il boccone amaro con una bella bicchierata di Obama-Soda, annunciando che in effetti una soluzione diplomatica sarebbe meglio di una militare.

La prima domanda che sorge è dunque: ci troviamo all’interno di nuova, enorme campagna pubblicitaria natalizia della Coca Cola, dove tutti sono all’improvviso così buoni da risolvere in pochi mesi una minaccia di guerra atomica che aleggiava da anni? Essendo ormai a dicembre inoltrato una tale ipotesi avrebbe già dovuto essere avvalorata da un improvviso gran finale in cui striscioni Coca Cola sarebbero apparsi alle spalle di Kerry e Zarif sorridenti e intenti a stringersi le mani. Ma non è successo.

Trattasi dunque di vera diplomazia. Di strategia politica. Di quelle dinamiche ( si parla anche diincontri segreti ) che rendono grandi i film a contenuto storico che seguiranno. Ma la seconda domanda, quella che preme di più chi scrive è un’altra. Tutta questa diplomazia, e queste fanfare attorno allo storico accordo cosa ci dicono dell’Iran, quello vero, quello che sta dentro ai confini, quello vessato da anni di sanzioni internazionali e che adesso è governato da un “moderato”?

Facendo due chiacchiere con Azam, una rifugiata politica in Italia, una poetessa, una fisica, una donna, una persona passata tra le prigioni iraniane, quelle turche, tra le acque del Mediterraneo nascosta dentro un peschereccio ci chiediamo se tutto questo voglia dire veramente qualcosa. Se l’Iran stia cambiando. E dato che entrambe crediamo fortemente che la libertà di un popolo si veda più dal suo atteggiamento verso la cultura che da quello rispetto le politiche sull’energia, proviamo a mettere insieme i pezzi di un puzzle che è la fotografia di uno stato in divenire.

I protagonisti di questa storia sono molti. Sono registi, scrittori, sceneggiatori, attori, musicisti. L’antagonista principale invece è uno solo, e continua a essere potente e spietato nonostante giugno, nonostante i trattati internazionali. Si chiama Verzarat Ershad Eslami, ovvero Ministero di Cultura e Guida Islamica, ed è lui che si occupa di decidere quali film possono essere girati, come e, soprattutto, quali artisti abbiano il diritto di restare a vivere nel loro paese e quali, invece, scegliendo di restare fedeli alla loro coscienza, debbano fuggire.

Secondo Kiarash Asadizadeh, regista dell’acclamato Gass, che al Festival di Roma si è aggiudicato i premi come miglior attore e attrice emergente, la nuova amministrazione avrebbe facilitato il processo di accettazione del film affinché potesse essere distribuito nelle sale iraniane. Eppure le attrici che hanno ammaliato il pubblico con il loro fascino esotico e spettacolari abiti non vedo-non vedo sono state duramente criticate in patria per aver accettato di sfilare sul red carpet. La stampa iraniana ha dimostrato di non essere stata ampiamente influenzata dall’apertura di giugno e, ad ora, Gass non è ancora uscito nelle sale iraniane.

Non sarebbe certo la prima volta che dopo una snervante e macchinosa richiesta di permessi e formalità per girare il film venga poi minacciata la revoca del permesso se non si accetta dimodificare alcune scene affinché possa essere presentato nelle sale Iraniane. E’ accaduto a I Am a Mother, di Fereidun Jeirani così come a Private Life di Mohammad-Hossein Farahbakhsh.

Ma non comunica debolezza rilasciare dei permessi e poi infine doverli revocare? Come spesso accade in medio oriente, la realtà è più stratificata e complessa di quel che appare. Infatti, mentre il Ministero di Cultura e Guida Islamica gioca al poliziotto buono e contribuisce ad alimentare le speranze di chi vuole credere in un nuovo Iran, alcuni loschi figuri si aggirano indisturbati tra le strade delle città principali minacciando chi entra o esce dalle sale, rompendo le vetrine dei cinema, stracciando e bruciando le locandine. Li chiamano Gruhe Feshar, ovvero i gruppi di pressione. Il loro ruolo consiste, guarda un po’, nel fare pressione sul governo affinché appaia costretto a ritrattare alcuni permessi sembrando autorizzato a farlo per andare incontro alla richiesta del popolo.

Un passo in avanti è stato fatto, riaprendo la Casa del Cinema a Theran, chiusa da Ahmadinejad con l’accusa di collaborare con la BBC. Rouhani ha anche detto “lasciamo il cinema a chi ne sa di cinema, ai registi, agli artisti. Dobbiamo permettere al cinema di essere libero”. Una dichiarazione importante che speriamo vedersi concretizzare al più presto. Nel frattempo nessuno è stato ufficialmente costretto all’esilio dal governo Rouhani, ma resta a Parigi Golshifteh Farahani, la stella del cinema Iraniano ora diventata internazionale grazie a film come Body of lies; film in cui ha mostrato parti del suo corpo che non sono state apprezzate in patria, dove oramai è stata dichiarata “non bene accetta”. In Iran, una delle principali regole da seguire quando si gira un film è il divieto di mostrare donne con i capelli scoperti, o con qualunque cosa di scoperto. Golshifteh ha sfidato ampiamente questi Tabù, recitando e posando senza veli e condannandosi così all’esilio. Molti in Iran e all’estero sostengono la sua scelta nel nome della libertà di artista, che non si piega ai dettami religiosi. Altri hanno invece criticato la sua azione, vedendola come un disperato tentativo di essere apprezzata dal cinema occidentale a discapito della lotta contro la mercificazione del corpo della donna.

Da qualunque angolo si voglia guardare alla storia di Golshifteh, si incroceranno molte altre storie che ci parlano della difficoltà di voler essere artisti nella Repubblica Islamica dell’Iran. Storie di chi ha rischiato il tutto e per tutto, come Jafar Panahi, orso d’argento quest’anno a Berlino con Closed Curtains ma “regista fantasma” in Tehran, non può lasciare il paese né fare film poiché accusato di aver tramato contro la Repubblica Islamica e di aver messo in pericolo il popolo iraniano. Mohammad Rasoulof, condannato a un anno di prigione per aver girato senza permesso. Bahman Ghobadi, regista di opere preziose come Gatti Persiani, curdo iraniano scappato dall’Iran in seguito a minacce ricevute dalla sua famiglia a cui è vietato fare ritorno in Iran. Oppure storie di chi ha dovuto scegliere se abbandonare il proprio paese o abbandonare la propria arte, e ha deciso di ritirarsi. Grandi registi come Bahram Bayzaie o Nasser Taghvai.

Infine c’è la star contemporanea Asghar Farhadi, che dopo una Separazione sta tornando nelle sale con Il Passato. Lui ha scelto di vivere in Francia, “perché lì lo portava la sua storia”. “In Iran ci sono molti problemi, non c’è sufficiente libertà, ma non è detto che fuori ci sia. Piuttosto, in Occidente c’è l’immaginario della libertà, ma anche questo è pericoloso: le persone sono convinte di essere libere, ma non lo sono. Nel mio Paese si lotta con la censura, ma in America e più in generale in Occidente c’è una censura ancora più forte: il capitale, la finanza”, dice richiamando quella complessità di cui c’è grande bisogno. Non si parla di buoni o cattivi, ma di ottimi film, grandi artisti, e la possibilità che possano continuare a lavorare. Insomma, se l’Iran si ammorbidirà grazie all’elezione di Rouhani, ancora non è chiaro. Anche Farhadi è scettico. Ma forse quel che conta è che il paese continui, con ogni mezzo, a creare grande cinema.

Pubblicato su Il Post il 17 dicembre 2013 http://www.ilpost.it/host/2013/12/17/cinema-nuovo-iran/

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